VinoNews24 – Après-dégorgement contro dégorgement tardif: la disfida silenziosa di Montina
Articolo pubblicato a gennaio 2026 su Vinonews24.it (https://tinyurl.com/t3zczen2)
Tre millesimi, sei bottiglie e un’unica variabile decisiva: il tempo. Montina apre il proprio archivio storico per interrogarsi su cosa accade a un Franciacorta quando il dégorgement viene rimandato all’estremo o, al contrario, quando il vino è lasciato maturare liberamente dopo la sboccatura.
A Monticelli Brusati, nella storica sede di Montina, il tempo non è una variabile astratta: è materia di lavoro. Ogni anno la cantina franciacortina riapre alcune delle proprie annate vintage per osservare cosa accade a un Franciacorta lasciato evolvere secondo traiettorie diverse. Bottiglie che hanno attraversato epoche diverse, non solo vendemmie, ma vere e proprie fasi storiche della denominazione.
APRÈS-DÉGORGEMENT VS DÉGORGEMENT TARDIF: IL TEMPO MESSO ALLA PROVA
Il tema è chiaro e volutamente spigoloso: après-dégorgement contro dégorgement tardif. Ovvero: cosa succede a uno stesso Franciacorta quando lo si lascia evolvere a lungo dopo la sboccatura, rispetto a quando si prolunga in modo estremo la permanenza sui lieviti, rimandando il dégorgement di anni, talvolta di decenni. Non un confronto teorico, ma pratico. Un’indagine su quanto oggi il Franciacorta sia in grado di sostenere durate che, fino a pochi anni fa, sembravano patrimonio esclusivo di altri territori. Il tutt basato su tre coppie di vini identici per origine e millesimo, differenti solo per il momento della sboccatura. Sei bottiglie, tre duelli, un’unica variabile decisiva: il tempo.
Il percorso parte dal 2009, annata ormai centrale nella storia recente della Franciacorta, per affondare poi nel 1998, che per il territorio rappresenta quasi una preistoria produttiva. I risultati non sono mai univoci, ma offrono indicazioni nette sulla solidità della produzione Montina e, più in generale, sulla maturità della denominazione e sulla longevità dei suoi spumanti metodo classico.

MONTINA: UNA CANTINA CHE LAVORA SUL TEMPO
Montina è una delle realtà storiche della Franciacorta. Le sue radici agricole risalgono al Quattrocento, mentre la fase vitivinicola moderna prende forma negli anni Ottanta, con la prima vendemmia nel 1987 e le prime bottiglie commercializzate nel 1989. Oggi la produzione si attesta intorno alle 450mila bottiglie annue, su 86 ettari vitati distribuiti prevalentemente nelle aree pedecollinari tra Monticelli Brusati, Gussago e i comuni limitrofi.
Dal punto di vista stilistico, Montina presenta alcune scelte distintive nel panorama franciacortino. La prima è l’uso significativo del pinot nero con percentuali – tra il 25 e il 35% – nettamente superiori alla media territoriale. La seconda è il ricorso strutturale al legno sul vino base, con quote che possono arrivare al 30/35%, utilizzato non come strumento aromatico ma come elemento di struttura, capace di integrare meglio l’effervescenza nel tempo.
Nel 2025 Montina ha avviato una nuova fase societaria, diventando ufficialmente Azienda Agricola e accogliendo Raoul Bontempi tra i soci. Un passaggio che rafforza l’identità agricola e la visione di lungo periodo, fondata su investimenti nei vigneti, sostenibilità energetica e controllo diretto della filiera. Un’evoluzione che guarda al futuro, ma che trova legittimazione proprio nella capacità dei vini di reggere confronti temporali estremi come quelli proposti in degustazione.

MILLESIMO 2009: IL TEMPO COME VARIABILE CONTEMPORANEA
Il primo confronto riguarda il Montina Franciacorta Brut Millesimato 2009, presentato in due versioni: sboccatura 2015 e sboccatura 2025. Il vino è identico in ogni dettaglio tecnico: 70% chardonnay, 30% pinot nero, 7 grammi per litro di dosaggio, tiraggio nell’aprile 2010. Cambia solo il tempo. Il 2009 è un’annata cardine nella storia recente della Franciacorta. Arriva dopo una sequenza di vendemmie di alto profilo iniziate con la 2004 e mostra fin da subito una notevole coerenza tra naso e bocca, una rotondità naturale che nel tempo si rivelerà decisiva.
Il Brut 2009 sboccato nell’ottobre 2015 ha trascorso 67 mesi sui lieviti e oltre dieci anni post-dégorgement. Il colore è intenso, coerente con la quota di pinot nero e con l’uso del legno. Al naso emergono note di marasca, ciliegia, frutto rosso maturo, con una componente liquorosa che richiama più un grande vino fermo evoluto che uno spumante giovane. È il pinot nero che, pur vinificato in bianco, sembra ricordarsi della buccia: una sorta di memoria varietale che riaffiora col tempo. In bocca il vino è compatto, cremoso, con note biscottate e mielate perfettamente integrate. L’effervescenza non è più un elemento a sé stante, ma parte della struttura. Il sorso procede lineare dall’attacco al finale, senza cedimenti. È un Franciacorta che ha trovato una definizione compiuta nel tempo post-dégorgement. La versione sboccata nel luglio 2025, dopo 184 mesi sui lieviti, ribalta le aspettative. Il naso è evoluto ma misurato; la bocca sorprende per una gioventù quasi spigolosa, con una succosità acida che contrasta l’idea di maturità suggerita dal tempo trascorso sui lieviti. È un vino meno accomodante, meno appagante nell’immediato, che sembra non voler ancora raccontarsi.
Qui emerge uno dei nodi centrali della disfida: oltre una certa soglia, la lunga permanenza sui lieviti non garantisce automaticamente una maggiore complessità percepita. Può generare una sorta di sospensione espressiva, come se il vino restasse in attesa, incapace di tradurre in sensazioni il tempo accumulato. Non dimostra i suoi 184 mesi e, paradossalmente, questo apre più interrogativi che certezze.

SATÈN 2009: LA SETOSITÀ MESSA ALLA PROVA
Il secondo confronto coinvolge il Montina Franciacorta Satèn 2009, chardonnay in purezza con il 35% del vino base affinato in legno. Anche qui le due versioni differiscono esclusivamente per il momento della sboccatura: 2013 e 2025.
Il Satèn sboccato nel marzo 2013 ha trascorso 36 mesi sui lieviti e oltre dodici anni post-dégorgement. All’epoca Montina lavorava con un residuo zuccherino leggermente più elevato (circa 7,5 grammi per litro) e con una pressione più contenuta, coerente con uno stile di satèn orientato alla morbidezza più che alla tensione. Oggi il vino ha superato da tempo il tema dell’effervescenza: la bolla è quasi impercettibile, il miele domina il profilo, sostenuto da una tessitura cremosa e da una struttura che regge anche in assenza di una spinta evidente della CO₂. È un grande vino di confine, tra spumante e un bianco fermo, privo di fragilità, in cui la carbonica è ormai elemento di supporto. Il Satèn sboccato nel 2025, con 184 mesi sui lieviti, racconta una storia diversa. L’effervescenza è più presente, per una questione puramente fisica legata alla recente sboccatura. Al naso emergono note fumé, speziate, vegetali, quasi da pinot nero, nonostante lo chardonnay in purezza: riflesso dei suoli profondi e di una matrice minerale che nel tempo sposta il profilo aromatico verso territori meno scontati. In bocca il vino è più dinamico, progressivo. Con l’aumento della temperatura nel calice la materia emerge con chiarezza e la sensazione di integrità diventa un punto di forza.
Qui il confronto si fa sottile: l’armonia della sboccatura 2013 affascina, ma la vitalità del 2025 finisce per incrinare le certezze, soprattutto con l’aumento della temperatura. Interessante notare come, dopo una lunga esposizione all’aria, entrambi i satèn mantengano la bolla, segno di un equilibrio fisico ormai stabilizzato tra pressione e carbonica disciolta (Henry docet).

IL 1998: ARCHEOLOGIA DEL FRANCIACORTA
Il terzo confronto riguarda il Montina Franciacorta Brut Millesimato 1998, presentato in due versioni estreme: sboccatura 2003 e sboccatura 2025. Qui il tempo non è solo un fattore enologico, ma anche storico. Negli anni Novanta la Franciacorta è ancora fortemente condizionata dal modello produttivo “Champagne”, soprattutto sul piano delle pratiche: vendemmie anticipate, ricerca esasperata dell’acidità, vini magri pensati per durare più per tensione che per sostanza. Il 1998 nasce in questo contesto, pur con una consapevolezza superiore rispetto ai primi anni del decennio.
Il Brut 1998 sboccato nel gennaio 2003 ha alle spalle 46 mesi sui lieviti e oltre vent’anni post-dégorgement. Oggi si presenta sorprendentemente armonico e godibile, con note balsamiche, mentolate e una dolcezza evolutiva mai stanca. La bolla è quasi un ricordo, ma marginale: il vino ha trovato un equilibrio definitivo, oltre la necessità di essere giudicato come spumante in senso stretto. La versione sboccata nel luglio 2025, dopo 316 mesi sui lieviti, è invece spiazzante. Note di smalto, vernice e biscotto al malto risultano più evidenti qui che nella bottiglia sboccata ventidue anni prima. Un’apparente contraddizione che incrina l’idea di una protezione assoluta garantita dai lieviti. Il vino appare irrisolto, quasi bipolare: da un lato la freschezza della sboccatura recente, dall’altro segnali di evoluzione avanzata.
Il confronto ribalta alcune certezze. Il vino sboccato nel 2003 appare oggi più stabile e coerente di quello rimasto sui lieviti per oltre ventisei anni. Superata una certa soglia temporale, le categorie classiche smettano di funzionare e, in alcuni casi, è proprio il lungo tempo post-dégorgement a consentire al vino di ritrovare un equilibrio più credibile. Non ha senso cercare la bolla, né applicare parametri canonici: è semplicemente un grande vino che ha attraversato il tempo con grazia, nonostante – o forse grazie a – i limiti tecnici dell’epoca.

TRE LETTURE DEL TEMPO, UNA SOLA CERTEZZA
La disfida tra après-dégorgement e dégorgement tardif non produce un vincitore assoluto. Restituisce piuttosto una serie di evidenze che Montina mette sul tavolo con rara onestà. Il tempo sui lieviti è uno strumento potentissimo, ma non infinito. Il tempo dopo la sboccatura, se il vino possiede struttura e materia, può diventare un alleato straordinario, capace di condurre a equilibri impensabili. Nel 2009 il lungo post-dégorgement risulta oggi più leggibile e appagante del dégorgement tardif estremo. Nel satèn la partita resta aperta, giocata sul filo della sensibilità individuale. Nel 1998, infine, è il vino sboccato da oltre vent’anni a raccontare la storia più convincente.
Da questi confronti emerge una certezza: la grandezza dei Franciacorta di Montina non risiede solo nella capacità di resistere al tempo, ma in quella di dialogare con esso. Accettando che non sempre la risposta sia quella attesa. Il tempo non è una garanzia in sé: è uno strumento che va interpretato. E quando ben gestito, diventa la misura più onesta di un intero progetto vitivinicolo.
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