GIEMME – Vini da vitigni PIWI, impariamo a conoscerli

Articolo pubblicato a gennaio 2017 su Gastronomiamediterranea.com (https://goo.gl/r2Ycq1)

Le temperature di queste ultime festività confermano sempre di più che i cambiamenti climatici sono all’ordine del giorno, influendo, nel bene e nel male, sulle attività dell’uomo ed il benessere del nostro pianeta. La viticoltura non ne è esente: queste condizioni meteo estreme influenzano la salute della vite e molti produttori per “proteggerla”, soprattutto dalle due malattie più comuni come la peronospora e l’oidio, fanno spesso un uso indiscriminato di prodotti fitosanitari.

Forse la soluzione più “sana” potrebbe essere quella di inserire, nei propri vigneti, alcune nuove varietà ibride resistenti alle crittogame, le malattie fungine, eliminando così erbicidi e pesticidi. Questi vitigni sono detti proprio  PIWI (acronimo di PilzWiderstandsfähige), che in tedesco significa proprio “resistenti agli attacchi dei funghi”.

Nei prossimi anni nomi di vitigni come SolarisBronnerRegentJohanniterMuscarisCabernet Carbon e Cabernet CortisSouvignier GrisPrior saranno la normalità, ovviamente sempre abbinati ai classici nomi dei vitigni autoctoni e internazionali. Illegali, o quasi, in tutta Italia fino a 10 anni fa, in Germania già dal 1950 si studiano queste varietà e dagli anni ‘70 si è iniziato a pensare di utilizzarli per produrre vino da immettere sul mercato.

In Italia, di recente, alcune regioni hanno inserito tali varietà tra i vitigni idonei alla coltivazione, ma non tutte. Ad esempio le varietà PIWI a bacca rossa in Trentino sono bandite mentre in Lombardia ne è ammessa la coltivazione. Ad oggi le varietà PIWI iscritte al Registro Nazionale delle Varietà di Vite sono 19, di cui 10 a bacca bianca e 9 a bacca nera.

Proprio l’Italia e la Francia sono stati tra i paesi oppositori più coriacei contro la legislazione a favore dei vitigni PIWI e se ne può intuire il motivo.

In media il costo per i trattamenti in vigna è circa un migliaio di euro, e ce ne vogliono almeno 6 all’anno (fino ai 16 in funzione delle condizioni climatiche e dei prodotti utilizzati), mentre con i PIWI nessuno o quasi. Da questi vitigni, quindi, si ottengono vini più economici, con un minore impatto ambientale, impiantati anche in territori angusti, difficili da lavorare, su grandi pendenze, dove è impossibile utilizzare mezzi meccanici (in tanti casi hanno salvato e stanno salvando la vita dei contadini abbattendo in modo drastico gli incidenti mortali dovuti a cadute/ribaltamenti dei mezzi agricoli). Una “disruptive innovation” che potrebbe cambiare le regole del gioco nel mercato mondiale del vino.

L’occasione per approfondire la loro conoscenza è stata una serata organizzata dalla Delegazione Fisar Milano in collaborazione con SKYWINE – QUADERNI DI VITICULTURA e Città del Vino del Trentino Alto Adige.

La genesi di queste varietà è alquanto complessa ma anche molto difficile da descrivere per chi non è un esperto agronomo, ma è interessante e molto affascinante constatare che tutto prende origine dalle antiche e tradizionali tecniche di riproduzione in natura: si prende il polline da una Vitis Vinifera europea trasportandolo su una vite di origine americana, e così per 5/6 incroci successivi e solo dopo anni e anni di lavoro e di studio dei risultati (circa 15/20 anni) si può arrivare all’iscrizione all’albo dei vitigni ammessi.

Tecnicamente i passi principali sono i seguenti: individuazione genitori; castrazione fiore femminile ed impollinazione; estrazione vinaccioli; germinazione vinaccioli; trapianto ed allevamento semenzali; selezione biotipi; moltiplicazione biotipi interessanti; ed infine lo studio agronomico dei biotipi. Solo dopo che il biotipo è stato definito di estremo interesse agro-enologico vi è l’iscrizione all’albo delle varietà.

Dal 2000 in Europa è attiva l’associazione PIWI International che promuove lo scambio d’informazioni tra istituti di ricerca, allevatori, coltivatori e produttori dei vini cosiddetti PIWI, che ha lo scopo ultimo di consentire la diffusione delle varietà di vite resistenti ai funghi. Ad oggi quest’associazione conta più di 350 membri provenienti da 17 paesi (principalmente  Europa e Nord America).

In Italia i primi a interessarsi ai PIWI sono stati i produttori altoatesini con in testa Rudolf Niedermayrche fu il primo a introdurre nella sua azienda (Hof Gandberg) le varietà Ibride, ed insieme ad altri 13 pionieri fondò PIWI Südtirol. Altre regioni italiane seguirono l’esempio, cosicché nel 2013 7 produttori trentini si staccarono dalla delegazione dell’Alto Adige per fondare PIWI Trentino con ben in mente tre parole d’ordine, TerritorioResponsabilità e Rispetto per il consumatore. In dirittura d’arrivo, invece, l’ufficializzazione della nascita di PIWI Lombardia, che metterà al centro del proprio dibattito la salute non solo dei produttori ma soprattutto delle tante persone che vivono nei dintorni dei vigneti, giacché la Lombardia è una delle regioni italiane con il maggior numero dei cosiddetti “vigneti cittadini”.

Dopo un po’ di teoria finalmente si passa alla pratica con la degustazione di alcuni vini ottenuti da queste varietà ibride.

Charmat Santacolomba 2015 – Cantina Sociale di Trento Le Meridiane: è uno spumante bianco, ottenuto con il metodo Martinotti lungo, da varietà Johanniter, Solaris e Bronner, coltivate sulle colline di Trento a circa 350 metri s.l.m. Paglierino dai riflessi dorati, ha un perlage fine e persistente. Al naso ha una buona complessità aromatica, fiori bianchi, frutta gialla matura tendente al dolce, una nuance agrumata che dona freschezza ed eleganza. L’ingresso in bocca è avvolgente, freschezza netta e sapidità regalano una bella beva.

Charmat Lauro – Filanda de Boron di Nicola del Monte: metodo Martinotti breve da uve Solaris in purezza, coltivate dal 2009 in montagna a 700 metri ai piedi del ghiacciaio Adamello Brenta, in un luogo fino ad oggi privo di tradizione vinicola. Un Extrya Dry dalle evidenti note di frutta fresca (pera, mela, pesca) ed erbe aromatiche. Una nota vegetale rimanda il tutto ad un campo di mughetto in fiore. Al palato è evidente una bollicina volutamente poco invadente tipo “frizzantino anni ’70 che non ti gonfia” così come citato dal produttore stesso.

Frizzante Col Fondo Zero Infinito – Pojer e Sandri: vino bianco frizzante metodo ancestrale da uve Solaris da agricoltura biologica dell’alta Val di Cembra (800/900 metri s.l.m.). Il colore è molto influenzato da come si consuma questo vino, che può essere degustato limpido o con i lieviti in sospensione. Nel primo caso alla vista si presenta di un colore giallo paglierino, nel secondo caso Mario Pojer, il produttore, lo ha definito “color sciroppo di sambuco”. Al naso un tripudio di fiori e frutta, sambuco, pera, ananas, mela golden, albicocca, il tutto accompagnato dalla freschezza del pompelmo bianco e da note sapide. Al palato si ritrova una lieve astringenza e tanta tanta acidità (2,97 di PH e oltre 10 g/l di totale). Zero ad indicare il frutto della vite trasformato in vino, senza alcuna aggiunta esogena, Infinito come la sua persistenza.

Aromatta 2015 – Villa Persani: vino bianco da Aromera in purezza, non filtrato, nessuna aggiunta di solfiti, che si fregia del sigillo Vegan OK anche grazie al fatto che le vigne sono concimate con le mele. Silvano Clementi lo produce come faceva un tempo suo nonno, ma solo nel 2014 ha deciso di vinificarlo per il mercato. Al naso si susseguono molto velocemente varie note, subito la mela, poi predomina una nuance amaricante tipo buccia di pompelmo che subito lascia spazio al pompelmo rosa e ad una netta nota minerale, proveniente dai terreni nei pressi del fiume Adige dove crescono le uve. Buona struttura accompagnata da una piacevole freschezza, il finale amarognolo accentua la pulizia di bocca.

Gabrjol 2015 – Albino Martinelli: di nuovo un bianco da Aromera in purezza. Svolge una veloce macerazione sulle bucce che regala un frutto molto più avvolgente, più maturo, con sensazioni di miele e note di anice. Un vino che si avvicina molto ai muscat alsaziani. Ottima la corrispondenza naso/bocca, anche se in quest’ultima è molto accentuata la sensazione di acidità. Straordinario vino da aperitivo.

PIWI 2015 – Cantina Merano Burggräfler: ottenuto da uve Bronner coltivate su terreni leggeri di origine morenica, matura sui propri lieviti per circa sei mesi, periodo che dona al vino sentori di mele mature e banane, morbidezza, corpo e un’ottima persistenza. Un vino fine, elegante seppur un po’ troppo piacione.

Cuvée 2016 campione di botte – Ansitz Dornach di Patrick Uccelli: 60% Solaris, 15% Bronner, 15% Souvignier Gris e il restante 10% suddiviso tra Pinot Bianco e Incrocio Manzoni per un vino che deve ancora nascere. Ancora verde, un’acidità che spinge all’inverosimile, un naso non ancora ben evoluto ma che al palato già mostra una certa integrità, buona grassezza, beva piacevole, rotondità e ottima persistenza. Un vino che in prospettiva si farà notare anche per eleganza e finezza. In ogni caso le interpretazioni di Patrick, che siano da vitigni “convenzionali” o da piwi, sono sempre molto personali ma soprattutto non omologate, come in alcuni casi già sta succedendo.

Goldraut 2015 – Franz Pfeihofer: Souvignier Gris del “Vigento d’Oro” del maso Zollweghof a Lana, sopra Merano. Matura parte in anfora e parte in legno di acacia. Naso fresco tendente all’erbaceo con una nota di agrume verde, tipo lime, e fiori di acacia. In bocca un’evidente presenza alcolica accompagnata da una sensazione di pseudo dolcezza, ma grazie ad acidità e mineralità la beva è molto piacevole.

Victoriae 2014, IGP Vallagarina – Cantina Mori Colli Zugna: orange wine da Aromera, Bronner e Chardonnay vinificato in anfora con macerazione sulle bucce tra i 5 e i 9 mesi. Probabilmente l’annata 2014 è stata sottoposta ad un’elevazione in legno poiché quest’ultimo tende a marcare un po’ troppo alcuni sentori. Dal bouquet molto complesso, spazia dai fiori alla frutta, passando per le spezie, fino ad arrivare a note balsamiche con un sottofondo di resina. Un vino che si mastica, struttura e sapidità date dalla lunga macerazione, la nota di legno al palato si fa piacevole, leggermente tannico e lunga persistenza.

Questo vuole essere solo un piccolo assaggio sulla conoscenza delle varietà PIWI, per chi volesse approfondire l’argomento può far riferimento al sito di Piwi International, alla Fondazione Edmund Mach di San Michele all’Adige oppure al Registro Nazionale delle Varietà di Vite.

[Photo Credit: Antonio Cimmino] 

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